di Rino Scebba

Una domenica sera fresca e ventilata con luna spettatrice piena e disincantata, attenta anch’essa a percepire l’intima essenza delle cose che capitano sul palco nello spazio tempo di due ore e quattro secoli. Luglio 26, 2026.

Personaggi che entrano ed escono da se stessi  pur rimanendo sempre attori che interpretano attori in un gioco divertente e vivace di costumi e situazioni a scandire le epoche e portare avanti la trama di questo Orlando paladino della sua stessa identità. 

La trama è accompagnata verso l’uscita dalla trasformazione in quercia (anch’essa secolare of course); quercia che reca in sé memoria di quel che è stato/a Orlando con annessi turbamenti e pulsioni sovrapposte: la linfa che sarà contiene le parole e i versi che furono: “… il destino è quel che è / non c’è scampo più per me… ” (N.d.a. Interferenze captate appoggiando l’orecchio ad Orlando legnoso).

Di grande impatto il cambiamento di genere (centro di gravità permanente del romanzo della Woolfe), quello svegliarsi di Orlando in corpo femminile, da maschile che era prima del sonno disperato: una specie di identità umana che si dimena in una sorta di bozzolo bianco che pare (e lo è) una rinascita sotto mentite spoglie, anzi non mentite ma veritiere. “È il suo corpo che cambia nella forma e nel colore. È in trasformazione”.

È il gioco del teatro nel teatro che si ripete in un luogo che teatro non è, ma che scena è (eccome!) mentre di tanto in tanto i rintocchi della campana della chiesa di San Martino accompagnano la narrazione all’ombra di quella di Sant’Agostino, ricordando a tutti che passa il tempo dello spettatore mentre sulla scena passano le epoche dell’attore.

Con sincronismo perfetto l’Orlando (Viola) braccia di legno e cuore di fustagno con le ultime parole di scena ci riporta al presente: ora e data, hic et nunc: è giunta mezzanotte (applausi), si spengono i rumori (ancora applausi), si spegne anche la scena (ringraziamenti), la luna spende in cielo (commiati di fine serata).

L’ultima luna è quella dell’una che accompagnate le persone alle macchine (chè il parcheggio chiudeva mezz’ora dopo lo spettacolo), stende sul mare un tappeto giallo che par vi si possa camminare sopra e sembra indicare la strada da dove arrivano le storie del passato. 

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