di RINO SCEBBA
Il teatro è carne viva in azione. Continua a reincarnare se stesso mutando di nome e di tempo e facendo riemergere vecchie storie che bene anzi benissimo stanno addosso a nuove situazioni, a nuovi spazi, a nuovi eroi: è il suo mestiere. Vite già vissute che rassomigliano a vite ancora da vivere, su sentieri da percorrere che sono gli stessi di altri già percorsi, in un costante déjà-vu che il testo propone e l’attore dispone.
Così capita che ciò che avveniva ad Argo (così pare) in un palazzo reale (si narra) pari pari si riproponga a Roma (città aperta) in una casa (del quarantaquattro) dove il gioco delle similitudini muove da tensioni esplicite e poi dilaga in uno scontro fratricida che è “guerra dentro e guerra fuori”.
Rancore, dolore, vendetta, giustizia, ambiguità, finestra double-face, storia (ma anche geografia), matematica (di sussistenza e di ritorsione), amore, morte, tempo, momenti, stagioni, ebbrezza, furore, pianto, riso, farina, pane per creature: Elettra 1944, I suppose.
Un impasto di parole tonanti, scrittura potente, attori taglienti. Musiche “madelaine”, scenografia squadrata, regia attenta. Elettra 1944 in scena ieri sera nella Piazza Sant’Agostino ha tenuto in ostaggio l’attenzione di tutti e forse il complimento più bello che può essere fatto all’opera scritta e diretta dia Giancarlo Nicoletti sta tutta in quella frase che da più parti nell’intervallo si poteva udire: “Voglio proprio vedere come andrà a finire”. Si perché Clitemnestra era Clitemnestra e Velia è Velia: simili ma certamente non uguali. Lo stesso dicasi per Oreste, Elettra, Pilade che hanno nomi diversi ma esperienze simili.
“Voglio proprio vedere come andrà a finire” e lo abbiamo visto: è finita… con una prova superba degli attori: Pamela Villoresi, Giulio Corso, Francesco Foti, Alice Spisa, Cristina Todaro e Giacomo Andrea Faroldi.
Poi, alla fin della finzione dopo gli applausi, le foto, le chiacchiere da decompressione sullo sfondo delle voci dei tecnici che smontavano la scenografia, dentro una macchina grigia, aggettivi percorrevano in discesa i tornanti tra Verezzi e Borgio.
L’incrocio di fari tra i tanti che scendono e i pochi che salgono è un costante concedere e ricevere strada. Una curva dietro l’altra sempre meno metri sul livello del mare. In vista della via Aurelia dentro la macchina grigia di cui prima, lo spettatore che fu è illuminato dal rosso riflesso del semaforo ferroviario. Il passaggio a livello è chiuso. Il ritorno verso casa in standby, la macchina spenta. La radio no:
… The echo of a distant time, comes willowing across the sand, and everything is green and submarine…
Ecco il verde: si passa.
Gli echi di un tempo lontano se li porta via il treno.
Non è il Taranto Ancona né il Palermo Francoforte,
dev’essere il Roma Argo della mezza.
Mezzanotte e mezza d’Elettra
ma perchè passi di qua non è dato sapere.
“…Strangers passing in the street, by chance, two separate glances meet, and I am you and what I see is me







